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Archive for the ‘Legale’ Category

Pubblicato il nuovo manuale operativo della Guardia di finanza per il contrasto all’evasione fiscale

In tale documento vi sono aspetti operativi che possono interessare il D.Lgs. 231/2001 e i reati tributari.

Manuale operativo in materia di contrasto all’evasione fiscale e alle frodi fiscali

Lo sfruttamento dei lavoratori nel #d.lgs 231/2001

E’ stato approvato dal Senato in data 1 agosto u.s. il d.d.l. 2217 per il contrasto dello sfruttamento del lavoro, che ora passa all’esame della Camera.

In buona sostanza il reato di “caporalato” (art 603-bis c.p., contestualmente modificato) viene inserito tra i delitti contro la personalità individuale ex art 25-quinquies d.lg. 231.

Fonte: Avv. Arena

Reati tributari, 231, e rischio fiscale

In questo articolo ci si sofferma sulla rilevanza che i reati tributari, peraltro
recentemente oggetto di una importante riforma legislativa, potrebbero assumere
nell’ambito della responsabilità amministrativa degli enti soprattutto a seguito
dell’introduzione del reato di autoriciclaggio nel catalogo dei cd. reati presupposto e
conseguentemente sull’opportunità per le società di implementare adeguate procedure
di gestione del cd. rischio fiscale, anche in linea con le recenti previsioni normative – per
ora limitate alle imprese di grandi dimensioni – concernenti la regolamentazione delle
procedure di cooperazione fiscale. E ciò nonostante i reati tributari medesimi non siano
espressamente richiamati nel novero dei reati-presupposto di cui al d.lgs. 231/200.
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Sentenza Cassazione

D.lgs 231/01 – Il difensore di fiducia dell’ente può esser nominato dal rappresentante legale

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Sentenza Cassazione 231 – Prescrizione nei procedimenti per responsabilità amministrativa delle società

Prescrizione nei procedimenti per responsabilità amministrativa delle società.
Sentenza Cassazione – Accedi al documento completo da Alert 231

Sentenza Cassazione – Responsabilità amministrativa della società per morte operaio

Sentenza Cassazione – Responsabilità amministrativa della società per morte operaio
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Sentenza Cassazione – Responsabilità amministrativa dell’impresa per il vantaggio ottenuto dal risparmio di spesa per il dispositivo di sicurezza mancante

Sentenza Cassazione – Responsabilità amministrativa dell’impresa per il vantaggio ottenuto dal risparmio di spesa per il dispositivo di sicurezza mancante

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Al lordo dell’Iva la confisca ex 231

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La responsabilità amministrativa degli enti fa scattare sequestri ampi.


La confisca ai sensi della «231» è infatti al lordo dell’Iva e dei costi e non al netto.
Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 15249 del 14 aprile 2015, ha accolto il ricorso della procura di Pesaro.
La terza sezione penale ha quindi annullato la decisione con la quale il Tribunale di Pesaro aveva ridotto il sequestro al netto di spese sostenute per la frode in commercio e per l’Iva.
Ciò perché, ha spiegato il Collegio di legittimità il «profitto» di cui all’art. 240, cod. pen., non si identifica con (né si sovrappone a) l’utile d’impresa o il reddito di esercizio, sicché non si può strutturalmente scorporare il costo sostenuto per ottenerlo, soprattutto se l’investimento, in quanto cosa destinata a commettere il reato (e dunque a produrre il profitto), potrebbe essere di per sé oggetto di confisca.

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La definizione di «profitto» confiscabile a norma della 231, non si discosta da quella da sempre elaborata dalla giurisprudenza della Cassazione, nel senso che non può farsi ricorso a parametri valutativi di tipo aziendalistico – quali ad esempio quelli del «profitto lordo» e del «profitto netto», tanto più se l’impresa è totalmente votata all’illecito.
Se l’impresa non è totalmente votata al delitto, allorquando il corrispettivo costituisca il compenso di un’attività che, ancorché acquisita illecitamente, non infici tuttavia la regolarità della prestazione resa al terzo, di esso non potrà tenersi conto nella quantificazione del profitto.

Fonte: Rassegna Stampa Agenzia Entrate

Falso in bilancio e reati fiscali: divergenze parallele?

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Fonte: Ipsoa

Mentre il disegno di legge relativo alle modifiche in materia di sanzioni penali concernenti i delitti contro la Pubblica Amministrazione (anticorruzione) e, per quel che qui ci riguarda, quelli di falso in bilancio, si avvia verso l’approvazione definitiva della Camera, ilriordino normativo in materia penal-tributaria ancora langue sul tavolo del Consiglio dei Ministri dopo lo stop allo schema di D.Lgs. dell’antivigilia di Natale, arenatosi sulla famosa soglia di punibilità del 3%, con relative velenose polemiche ancora non sopite.
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La proroga concessa dal Parlamento per l’esercizio della delega fiscale da parte del Governo, prevista dalla legge n. 23/2014 per la parte relativa ai reati tributari (revisione del D.Lgs. n. 74/2000), può però beneficiare della conoscenza delle nuove disposizioni regolatrici del falso in bilancio, che dovrebbero essere prese in considerazione nella rivisitazione normativa dei reati di tipo tributario che sono in qualche modo dipendenti dagli illeciti relativi ai bilanci societari.
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Se si considera, infatti, che in materia di imposizione sul reddito delle società esiste il principio di derivazione del reddito imponibile dal contenuto del conto economico, che risulta rafforzato per le società che applicano i principi contabili internazionali (cfr. art. 83 TUIR), è di tutta evidenza che una alterazione dolosa delle voci del conto economico (o anche di quelle della situazione patrimoniale che può incidere però sulla materia imponibile ai fini IRES, come l’illegale distribuzione delle riserve soggette a sospensione d’imposta), dovrebbe essere punita, nell’ambito di un’organica politica sanzionatoria della criminalità economica e finanziaria, attuando uno stretto coordinamento tra le due discipline.
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La rilevanza a fini tributari delle fattispecie che possono integrare il falso in bilancio deve in ogni caso considerare che si deve trattare della consapevole esposizione in bilancio di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero, perseguita dagli agenti al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto. Ove gli stessi fatti materiali comportino una frode fiscale con utilizzo di documentazione (fatture o altri documenti) creata o alterata ad arte e permettano di conseguire un indebito vantaggio fiscale, sarà necessario valutare se quest’ultimo risultato sia la conseguenza di un’azione consapevole diretta a frodare il Fisco oppure sia l’effetto secondario del fine primario di ottenere un ingiusto profitto, dovendosi anche valutare se gli stessi fatti siano volti a realizzare altri disegni criminosi (come la creazione di fondi neri a fini di corruzione o il riciclaggio di denaro ovvero il finanziamento di azioni terroristiche o di traffici illegali).
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E quando l’ingiusto profitto si concretizzi nel mancato o ridotto pagamento di imposte rispetto al dovuto, lapena per il falso in bilancio che si configura in tale eventualità è sempre esclusa da quella applicabile per laviolazione penale tributaria? Trattandosi in entrambe le aree di reati che richiedono il dolo specifico occorre di volta in volta accertare quale sia stata l’intenzione dei soggetti agenti e comunque il loro intendimento prevalente, fatto salvo valutare la sussistenza del concorso formale ex art. 81 c.p..
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La lieve entità dei fatti commessi, se integra il reato del falso in bilancio che comporta la riduzione delle sanzioni edittali da sei mesi a tre anni (cfr. il nuovo art. 2621-bis c.c.) o addirittura la non punibilità per particolare tenuità del fatto commesso (cfr. il nuovo art. 2621-ter c.c.), non dovrebbe invece avere alcunarilevanza ai fini della punibilità penal-tributaria. Il fatto sanzionato deve però integrare un comportamento fraudolento con utilizzo di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti ex art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000 oppure mediante altri artifici (tra cui la falsa rappresentazione di fatti di gestione nelle scritture contabili obbligatorie), sempre che sia eliminata, almeno per le frodi fiscali, la soglia di punibilità del 3% del reddito imponibile dichiarato, prevista dall’art. 19-bis dello schema di D.Lgs. innanzi citato.
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Ad una prima lettura sembra che continuerà ad esistere un doppio binario nella politica sanzionatoria penale in materia tributaria e di falso in bilancio, anche se la stretta dipendenza del reddito imponibile ai fini dell’imposta sulle società dalle risultanze del conto economico del bilancio, prevista dall’art. 83 del TUIR, risulta rafforzata per le società di maggiore rilevanza, come quelle che adottano i principi contabili internazionali e, quindi, richiede una maggiore attenzione per evitare duplicazioni di sanzioni.
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La falsificazione delle voci del conto economico, che dovesse essere eventualmente perpetrata, dovrà essere vagliata per verificare se è stata preordinata a fini essenzialmente fiscali; nel qual caso si applicherà lasanzione penale tributaria. Se invece è diretta a conseguire altri ingiusti profitti (e solo in via mediata la riduzione dell’imposizione), come nell’ipotesi di utilizzo di fatture false per creare fondi neri destinati a finanziare attività illegali (con autoriciclaggio o riciclaggio ad es. per finalità di corruzione), andrà applicata la nuova disciplina del falso in bilancio, con le eventuali esimenti o attenuazioni di pena ed anche le sanzioni connesse al riciclaggio ed alla corruzione, dato il concorso formale che può sussistere.
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Si porranno non pochi problemi di individuazione di una non soggettiva delimitazione della linea di confine tra le varie fattispecie, caratterizzate da una strutturazione complessa, richiedendosi da parte del giudice penale tanto una valutazione quantitativa degli effetti prodotti (alterazione del risultato economico e del patrimonio sociale), in modo da considerare quando un fatto si configuri come lieve rispetto alla situazione in cui si prospetti una tenuità speciale del fatto stesso, che comporterà la non punibilità, quanto un esame delle finalità perseguite.
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Non senza considerare che le alterazioni di bilancio dipendenti da mere valutazioni di elementi patrimoniali, che escludono la rilevanza di fatti materiali, dovrebbero essere collocate fuori del perimetro della configurazione della fattispecie del reato del falso in bilancio ma potrebbero avere rilevanza nel reato di infedele dichiarazione dei redditi. Anche se, ove le valutazioni divergano da quelle previste dalla legge in misura esorbitante e chiaramente siano state manipolate in modo irragionevole, si dovrebbe ritenere integrato un comportamento fraudolento tale da dar luogo ad un fatto materiale (l’alterazione del valore) che non è dipeso dall’approccio estimativo ma da una volontaria infrazione alle regole legali per alterare un fatto materiale (l’entità delle scorte).
Inoltre, come semplice spunto, vanno considerate le fattispecie in cui non vengono superate le soglie di punibilità, in materia penale tributaria, previste per la dichiarazione fraudolenta dall’art. 3, D.Lgs. n. 74 e dall’art. 4 dello stesso decreto per la dichiarazione infedele.
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Un’alterazione di bilancio che rientri in queste soglie potrà perciò non risultare sanzionata ai fini penal-tributari ma non risultare sufficiente per affermare l’esistenza della speciale tenuità per escludere la punibilità per falso in bilancio o della lieve entità per ridurne la pena.
Un esempio di scarso coordinamento tra norme penali si ha nel reato di autoriciclaggio, appena introdotto nel nostro ordinamento dalla legge n. 186/2014 (art. 3) che postula un reimpiego economico lecito delle risorse lucrate commettendo un reato (es. corruzione), da parte dello stesso autore della violazione, salvo che ne faccia un utilizzo personale. Sul versante dell’evasione (o frode) fiscale compete però all’Erario il frutto dell’illecito (imposta risparmiata) ed il suo utilizzo da parte dell’evasore (società o persona fisica) avviene pressoché in modo automatico nella stessa azienda in cui rimangono impiegate le risorse finanziarie non destinate al pagamento delle imposte, per cui, pur paradossalmente, viene sempre a configurarsi anche il reato di autoriciclaggio. Con l’effetto che possono in tal caso cumularsi alla sanzione amministrativa quella penale tributaria e quella per autoriclaggio ed infine, ma è incerto, quella per responsabilità amministrativa della società, in applicazione della legge n. 231/2001.
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Proprio in relazione a quest’ultima legge, rimane però sempre aperto il buco dovuto alla mancata inclusione dei reati tributari nell’ambito dei reati presupposto, che non obbliga al momento l’organismo di vigilanza a prestare attenzione ai comportamenti tributari integranti illecito penale tributario e non permette, quindi, di apprestare le relative cautele similmente agli altri reati presupposto.
Mario Damiani – Professore straordinario di diritto tributario Università Lum – Bari

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Sindaci solo con compenso (Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2015)

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L’incarico di sindaco di società va necessariamente svolto a titolo oneroso.
Solo in tal modo, i membri del collegio sindacale possono svolgere a pieno le loro funzioni professionali in maniera rigorosa e in piena autonomia, a tutela della stessa società, dei soci e dei terzi.
E, se il compenso dei sindaci è stato regolarmente deliberato dall’assemblea o fissato dallo statuto, la sua quantificazione va considerata sempre valida, anche se inferiore al minimo delle tariffe professionali.

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Sono le principali conclusioni cui è giunta la Cassazione, con la sentenza n. 7299, depositata la scorsa settimana.
La pronuncia trae origine da un contenzioso tra una società per azioni ormai fallita e un professionista che aveva rivestito per un triennio la carica di sindaco per la liquidazione di un compenso effettuata dal curatore della società in base a una delibera assembleare, ma in misura inferiore ai minimi tariffari.

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Il Tribunale fallimentare aveva respinto la richiesta dell’ex sindaco, che ricorreva alla Corte suprema per la cassazione del decreto.
Nel respingere il ricorso, la Corte ha innanzitutto precisato che, in base ad un orientamento consolidato di giurisprudenza di legittimità, l’incarico di componente del collegio sindacale, ai sensi dell’articolo 2402 del Codice civile, deve essere necessariamente svolto a titolo oneroso (da ultimo, Cassazione, sentenza n. 22761/2014).

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La funzione di sindaco di società, infatti, deve essere svolta con serietà, indipendenza e obiettività, non soltanto nell’interesse della società e dei soci, ma anche nell’interesse dei terzi e del mercato.
Obiettivi conseguibili solo se, a fronte della prestazione professionale, sia prevista la corresponsione di un compenso.
Ferma restando la necessità di corrispondere un compenso ai sindaci, esso può essere stabilito a priori in un’apposita clausola statutaria o, in assenza di previsione nello statuto, in sede di delibera assembleare.

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In proposito, la Cassazione ha ricordato come, negli ultimi tempi la Corte di giustizia europea e la stessa Corte suprema hanno valorizzato ed incoraggiato, con proprie pronunce, la libera determinazione dei compensi professionali tra le parti.
Ove poi ciò non avvenga, sarà il giudice ordinario, appositamente interpellato, a determinare i compensi che spettano al collegio sindacale, secondo quanto previsto dall’articolo 2233 del Codice civile.
Una volta affermata dunque la legittimità della delibera assembleare, il Tribunale Fallimentare – nell’esercizio del suo potere – liquida il compenso deliberato, anche se risulta inferiore ai minimi tariffari stabiliti all’epoca dei fatti per la propria categoria professionale.

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