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Sindaci solo con compenso (Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2015)

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L’incarico di sindaco di società va necessariamente svolto a titolo oneroso.
Solo in tal modo, i membri del collegio sindacale possono svolgere a pieno le loro funzioni professionali in maniera rigorosa e in piena autonomia, a tutela della stessa società, dei soci e dei terzi.
E, se il compenso dei sindaci è stato regolarmente deliberato dall’assemblea o fissato dallo statuto, la sua quantificazione va considerata sempre valida, anche se inferiore al minimo delle tariffe professionali.

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Sono le principali conclusioni cui è giunta la Cassazione, con la sentenza n. 7299, depositata la scorsa settimana.
La pronuncia trae origine da un contenzioso tra una società per azioni ormai fallita e un professionista che aveva rivestito per un triennio la carica di sindaco per la liquidazione di un compenso effettuata dal curatore della società in base a una delibera assembleare, ma in misura inferiore ai minimi tariffari.

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Il Tribunale fallimentare aveva respinto la richiesta dell’ex sindaco, che ricorreva alla Corte suprema per la cassazione del decreto.
Nel respingere il ricorso, la Corte ha innanzitutto precisato che, in base ad un orientamento consolidato di giurisprudenza di legittimità, l’incarico di componente del collegio sindacale, ai sensi dell’articolo 2402 del Codice civile, deve essere necessariamente svolto a titolo oneroso (da ultimo, Cassazione, sentenza n. 22761/2014).

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La funzione di sindaco di società, infatti, deve essere svolta con serietà, indipendenza e obiettività, non soltanto nell’interesse della società e dei soci, ma anche nell’interesse dei terzi e del mercato.
Obiettivi conseguibili solo se, a fronte della prestazione professionale, sia prevista la corresponsione di un compenso.
Ferma restando la necessità di corrispondere un compenso ai sindaci, esso può essere stabilito a priori in un’apposita clausola statutaria o, in assenza di previsione nello statuto, in sede di delibera assembleare.

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In proposito, la Cassazione ha ricordato come, negli ultimi tempi la Corte di giustizia europea e la stessa Corte suprema hanno valorizzato ed incoraggiato, con proprie pronunce, la libera determinazione dei compensi professionali tra le parti.
Ove poi ciò non avvenga, sarà il giudice ordinario, appositamente interpellato, a determinare i compensi che spettano al collegio sindacale, secondo quanto previsto dall’articolo 2233 del Codice civile.
Una volta affermata dunque la legittimità della delibera assembleare, il Tribunale Fallimentare – nell’esercizio del suo potere – liquida il compenso deliberato, anche se risulta inferiore ai minimi tariffari stabiliti all’epoca dei fatti per la propria categoria professionale.

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Sentenza D.lgs 231/01

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Secondo la sentenza del Tribunale di Brescia del 20 febbraio 2015, la disciplina contenuta nel d.lgs. 231/2001 e, in specie, negli artt. 22 e 59, ispirandosi a principi di natura civilistica, richiede, ai fini interruttivi della prescrizione, non già la semplice emissione del decreto di citazione diretta a giudizio, ma la sua regolare notificazione all’ente.

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Le ultime sentenze Cassazione sul D.lgs 231/01

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  • 2) Sospensione della pena e 231
    L’istituto che permette di sospendere l’esecuzione della pena a condizione che entro 5 anni (per delitti) o 2 anni (per le contravvenzioni) il colpevole non commetta un nuovo reato della medesima indole, non è applicabile alle sanzioni inflitte agli enti in materia di responsabilità amministrativa ex D.lgs 231/2001 in quanto la natura della particolare responsabilità non consente l’utilizzo di istituti propri del diritto penale
    (Cassazione sent. 42503/2013)

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  • 2) Misure cautelari revocabili solo se il risarcimento del danno è effettivo
    Per evitare le sanzioni interdittive od ottenere la revoca di misure cautelari, l’ente coinvolto in un procedimento penale ai sensi del D.lgs 231 deve:
    _ risarcire il danno
    _ eliminare le conseguenze dannose o pericolose del reato
    _ adottare e attuare modelli di organizzazione, gestione e controllo e permette la confisca del profitto conseguito.
    Il danno è risarcito se viene consegnata alla persona offesa la somma di denaro a titolo di risarcimento, non bastando la mera comunicazione della costituzione di un fondo di accantonamento indisponibile previsto nel bilancio della società e certificato dal collegio sindacale
    (Cassazione sent. 326/2014)

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  • 3) Concordato preventivo e sequestro
    Il mantenimento del sequestro preventivo finalizzato alla confisca nei confronti di una società persiste anche nel caso in cui quella stessa società venga successivamente ammessa alla procedura del concordato preventivo. I creditori della società non rischiano di subire pregiudizi ai propri diritti, in quanto i loro interessi saranno tutelati dal curatore fallimentare durante il procedimento penale.
    (Cassazione sent.2501/2014)

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  • 4) Reati colposi
    Tra i reati presupposto di natura colposa previsti nel D.lgs 231 (art. 25-septies per omicidio colposo, lesioni colpose commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro e art. 25-undicies per reati ambientali) e il sistema di imputazione (interesse e vantaggio per l’ente) del decreto vi è piena compatibilità. Anche una condotta colposa può infatti essere posta nell’interesse dell’ente o comportare un vantaggio per lo stesso.
    (Cassazione sezioni riunite, sent. 38343/2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore 4/3/2015

Responsabilità 231 – Inamissibile la costituzione di parte civile

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Con sentenza resa in data 28/1/2011, il Tribunale di Trapani ha assolto L.L. dall’accusa di omicidio colposo asseritamente commesso ai danni del lavoratore G.P.; con la stessa sentenza il Tribunale di Trapani ha assolto la I.G. s.r.l. dall’illecito amministrativo alla stessa ascritto, ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001, in conseguenza del comportamento contestato al L.

L’Imputato, in qualità di legale rappresentante della I.G. s.r.l. (società esercente attività di piscicoltura e acquacoltura con impianto di ingrasso e allevamento di tonni) era stato originariamente accusato dell’omicidio colposo del dipendente, G.P., annegato nel corso di un’operazione di controllo e di vigilanza delle gabbie dei tonni collocate a circa un miglio dal porto, a causa della mancata osservanza, da parte dello stesso, delle norme contravvenzionali specificamente indicate nel capo di imputazione.

Secondo i termini dell’accusa, il L., in violazione dei tradizionali parametri della colpa generica e della normativa sulla sicurezza del lavoro, aveva adibito il P. alle mansioni di controllo, vigilanza e ispezione dell’impianto di ingrasso e di allevamento dei tonni, mediante l’uso, da solo, di un natante aveva motore di potenza superiore 30 kW, nonostante il mancato conseguimento, da parte del lavoratore, della prescritta e obbligatoria patente nautica indispensabile per la conduzione dell’imbarcazione.

In occasione del fatto oggetto d’esame, il P., alle ore 1.30 del 6/6/2009, alla guida del natante messogli a disposizione dalla società datrice di lavoro, aveva raggiunto, come di consueto, l’impianto di allevamento e d’ingrasso dei tonni e, ivi giunto, per propria imperizia, rimaneva con l’elica del natante incastrata in una cima e, non riuscendo più a liberarsi, finiva, anche a causa delle avverse condizioni del mare, per essere sbalzato in mare e quindi per annegare.

A fondamento dell’assoluzione, il primo giudice – al di la dell’accertata esperienza ‘di fatto’ del lavoratore nella conduzione del natante (essendo lo stesso in possesso di tutti i requisiti per ottenere il rilascio del titolo di conduttore di traffico locale) – aveva evidenziato come non fosse stato possibile chiarire le cause effettive del decesso della vittima, non potendo ad esempio escludersi che la stessa avesse cercato rifugio in mare volontariamente nel tentativo di raggiungere le vicine gabbie dei tonni.

Su appello del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Trapani e delle parti civili costituite, con sentenza in data 26/6/2013, la corte d’appello di Palermo, in riforma della sentenza impugnata, ritenuta la responsabilità dell’imputato per i reati allo stesso ascritti, lo ha condannato alla pena di sei mesi di reclusione e dell’ammenda di euro 100,00, oltre al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite, condannando altresì la I.G. s.r.l.

alla sanzione amministrativa di 300 quote del valore di euro 300,00 ciascuno, nonché alla sanzione interdittiva dell’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi per la durata di tre mesi.

Avverso la sentenza d’appello, a mezzo dei rispettivi difensori, hanno proposto ricorso per cassazione l’Imputato e la I.G. s.r.l.

2. L’imputato propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi d’impugnazione.

Con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione della legge processuale, per avere la corte territoriale utilizzato, ai fini della decisione, le risultanze dell’Inchiesta formale, effettuata dall’Ufficio Direzione marittima di Palermo ai sensi dell’art. 1241 cod. nav. acquisita in sede d’appello (ex art. 603, comma 2, cod. proc. pen.) nonostante l’opposizione della difesa, che aveva originariamente avanzato richiesta di giudizio abbreviato sulla base di un compendio probatorio privo di detta documentazione sopravvenuta.

Ciò posto, avendo il giudice d’appello fondato Integralmente la propria sentenza di condanna sul contenuto della documentazione acquisita in appello, lo stesso avrebbe inammissibilmente esteso la propria cognizione ad elementi probatori radicalmente non utilizzabili.

Con il secondo motivo, Il ricorrente censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione, per avere la corte d’appello del tutto omesso di pronunciarsi in ordine all’eventuale condanna in solido del responsabile civile, Z. Assicurazioni, pur in presenza della regolare citazione e dell’intervento di tale parte processuale.

Con l’ultimo motivo, l’imputato si duole della violazione di legge in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata, per avere la corte d’appello erroneamente applicato nella specie la disciplina in materia di sicurezza sul lavoro, attesa l’assoluta irrilevanza della violazione delle norme relative al rilascio delta patente nautica in relazione alle circostanze del decesso del P. (stasi dell’imbarcazione con aggrovigliamento della fune di ormeggio sull’elica della barca), ed avuto riguardo all’erronea interpretazione, da parte del giudice d’appello, della norma di cui all’art. 263 reg. cod. nav. (relativa all’abilitazione della vittima alla conduzione dell’imbarcazione in esame), tenuto conto della riconducibilità della figura del R. a quella del conduttore di traffico locale abilitato alla conduzione di navi di stazza lorda non superiori a 10 tonnellate, adibite al trasporto di merci nel circondario di iscrizione della nave e nei due circondari limitrofi.

Da ultimo, il ricorrente censura l’interpretazione delle norme sulla sicurezza del lavoro fatta propria dal giudice d’appello, là dove ha affermato che il documento di sicurezza della I.G. s.r.l. avrebbe dovuto essere redatto sulla base del decreto legislativo n. 271/1999, viceversa non applicabile nel caso di specie, trattandosi di nave da diporto non impiegata in attività di traffico commerciale (cfr. art. 4, lett. b), d.lgs. cit).

3. Con un primo motivo, la I.G. s.r.l. censura la sentenza impugnata (unitamente alle ordinanze di corrispondente contenuto pronunciate nel corso del giudizio) nella parte in cui ha ritenuto ammissibile la costituzione delle parti civili per la rivendicazione dei danni asseritamente subiti ad opera della società ricorrente, quale ente responsabile ai sensi del d.lgs. n. 231/2001. In contrasto con l’orientamento su tale punto venutosi consolidando nella giurisprudenza nazionale e in quella sovranazionale della Corte di giustizia dell’Unione Europea.

Con un secondo motivo la società ricorrente si duole della violazione della legge processuale e del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nell’ammettere l’acquisizione agli atti del giudizio degli esiti dell’inchiesta formale esperita in sede amministrativa dalla Direzione marittima di Palermo, in assenza dei necessari requisiti di assoluta indispensabilità dell’atto istruttorio, ai fini del giudizio, richiesti dall’art. 603 cod. proc. pen.

Con un terzo motivo, la società ricorrente si duole della violazione di legge e del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nel pronunciare la condanna dell’imputato e, conseguentemente, della società ricorrente, in assenza di alcuna certezza in ordine alle cause concrete del decesso della vittima, senza procedere ad alcuna rigorosa confutazione, al di là di ogni ragionevole dubbio, delle argomentazioni indicate dal primo giudice a fondamento della decisione di assoluzione pronunciata.

Sotto altro profilo, la corte territoriale avrebbe omesso di specificare l’immediato nesso di derivazione causale tra le violazioni ascritte alla colpa dell’imputato (a loro volta riflesse nell’accertamento di responsabilità operato a carico della I.G. s.r.l.) e il decesso del lavoratore, per altri versi incorrendo nel travisamento della prova relativa alla supposta disponibilità, da parte del lavoratore, al momento del fatto, di un unico natante, a dispetto della circostanza (riconosciuta dalla stessa sentenza di primo grado: cfr. pag. 2) secondo cui l’azienda aveva posto a disposizione del lavoratore un ulteriore natante denominato Shark 1 e un gommone della lunghezza di m. 8,90, per la cui conduzione non era indispensabile il conseguimento di alcuna patente nautica: premessa che avrebbe imposto al giudice di secondo grado la spiegazione delle ragioni per cui il lavoratore avesse deciso di usare l’imbarcazione più grande, nonostante la disponibilità di un mezzo per il cui uso non sarebbe stato necessario violare alcuna disposizione del codice della navigazione.

Allo stesso modo, secondo i rilievi critici articolati dalla società ricorrente, il giudice d’appello avrebbe omesso di giustificare adeguatamente le ragioni per cui il lavoratore deceduto avesse deciso di non esercitare il proprio controllo da terra (come peraltro previsto dalle disposizioni del piano di sicurezza della società datrice di lavoro) assumendo l’imprudente e improvvida iniziativa di imbarcarsi, peraltro attraverso l’utilizzazione di un mezzo per la cui conduzione non era in possesso della prescritta patente e senza indossare il salvagente, presente a bordo dell’imbarcazione, che gli avrebbe consentito di non annegare: circostanze nel loro complesso idonee a giustificare la qualificazione del comportamento del lavoratore nei termini dell’abnormità tale da dissolvere qualunque ipotetico nesso di causalità tra le asserite violazioni ascritte al datore di lavoro e il decesso del lavoratore.

Secondo la prospettazione critica della società ricorrente, la corte territoriale sarebbe inoltre incorsa in un’erronea interpretazione della disciplina relativa alla redazione del piano di sicurezza della società ricorrente, avendo impropriamente richiamato la disciplina di cui al decreto legislativo n. 271/1999 nella specie inapplicabile, ed avendo erroneamente richiamato la pretesa violazione della normativa di cui al d.p.r. n. 435/1991 in considerazione della accertata disponibilità, da parte del lavoratore deceduto, dei titoli idonei alla conduzione dell’imbarcazione utilizzata ai fini del traffico locale, di là dal trascurabile rilievo del dato formale.

Da ultimo, la società ricorrente – rimarcati gli aspetti di contraddittorietà, contenuti nella sentenza impugnata in relazione alla ricostruzione del fatto, rispetto alle risultanze dell’inchiesta amministrativa condotta (alla cui stregua era risultata, quale causa del decesso del P. il relativo annegamento a seguito dell’ormeggiamento dell’imbarcazione utilizzata alla boa esistente in prossimità dell’impianto sottoposto a vigilanza) – ha inoltre evidenziato come la sentenza d’appello non avesse considerato l’avvenuta predisposizione, da parte della I.G. s.r.l, del dovuto piano di sicurezza, come attestato da tutta la documentazione prodotta e analìticamente richiamata in ricorso, senza neppure precisare in termini specifici la natura del supposto interesse della società datrice di lavoro eventualmente collegato al comportamento penalmente rilevante dell’imputato, ai sensi del d.lgs. n. 231/2001.

Con l’ultimo motivo d’impugnazione, la società ricorrente si duole della violazione di legge in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata per aver omesso di pronunciare la condanna solidale della Z. Assicurazioni chiamata in giudizio quale responsabile civile.

Considerato in diritto

4. I ricorsi proposti dall’lmputato e dalla I.G. s.r.l. devono ritenersi fondati nei termini che seguono.

Deve trovare preliminarmente accoglimento la censura sollevata dalla I.G. s.r.l. con riguardo all’avvenuta ammissione della costituzione delle parti civili nel processo penale per la rivendicazione dei danni asseritamente subiti ad opera della società ricorrente, quale ente responsabile ai sensi del d.lgs. n. 231/2001.

Al riguardo, ritiene il collegio di far proprie le condivise argomentazioni illustrate in una precedente pronuncia di questa Corte (cfr. Cass., Sez. 6, Sentenza n. 2251 del 05/10/2010, dep. 22/01/2011, Rv. 248791), secondo cui, nel processo instaurato per l’accertamento della responsabilità da reato dell’ente, non è ammissibile la costituzione di parte civile, atteso che l’istituto non è previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001 e l’omissione non rappresenta una lacuna normativa, ma corrisponde ad una consapevole scelta del legislatore.

In particolare, la parte civile non è menzionata nella sezione II del capo III del decreto dedicata ai soggetti del procedimento a carico dell’ente, né ad essa si fa alcun accenno nella disciplina relativa alle indagini preliminari, all’udienza preliminare, ai procedimenti speciali, alle impugnazioni ovvero nelle disposizioni sulla sentenza, istituti che, invece, nei rispettivi moduli previsti nel codice di procedura penale contengono importanti disposizioni sulla parte civile e sulla persona offesa.

Peraltro, accanto alla materiale “assenza” di riferimenti riguardanti la parte civile, il d.lgs. 231/2001 contiene alcuni dati specifici ed espressi che confermano la volontà di escludere questo soggetto dal processo. Da un lato, vi è l’art. 27 che nel disciplinare la responsabilità patrimoniale dell’ente la limita all’obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria, senza fare alcuna menzione alle obbligazioni civili; dall’altro lato, appare particolarmente significativa la regolamentazione del sequestro conservativo, di cui all’art. 54. L’omologo istituto codicistico di cui all’art. 316 c.p.p. pone questa misura cautelare reale sia a tutela del pagamento della “pena pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta all’erario”, sia delle “obbligazioni civili derivanti dal reato”, in quest’ultimo caso attribuendo alla parte civile la possibilità di richiedere il sequestro; invece, il citato art. 54 d.lgs. 231/2001 limita il sequestro conservativo al solo scopo di assicurare il pagamento della sanzione pecuniaria (oltre che delle spese del procedimento e delle somme dovute all’erario), sequestro che può essere richiesto unicamente dai pubblico ministero.

Anche qui il legislatore ha compiuto una scelta consapevole, escludendo la funzione di garantire le obbligazioni civili, funzione che, nella struttura della norma eodicistica, presuppone la richiesta della parte civile (Cass., Sez, 6, Sentenza n. 2251/2010, cit.).

Deve dunque conclusivamente affermarsi, sulla base della disciplina positiva richiamata, come la costituzione di parte civile nel processo penale per la rivendicazione del risarcimento dei danni nei confronti dell’ente responsabile ai sensi del d.lgs. n. 231/2001 non sia ammessa, con la conseguente nullità della corrispondente ammissione avvenuta nel corso del presente giudizio e della successiva condanna dell’ente al risarcimento dei danni in favore delle parti civili.

5. Appaiono viceversa prive di fondamento le doglianze avanzate da entrambi i ricorrenti con riguardo all’asserita illegittimità dell’assunzione, In sede d’appello, degli atti relativi all’inchiesta formale esperita in sede amministrativa dalla Direzione marittima di Palermo con riguardo all’incidente occorso al P., avuto riguardo alla pretesa valenza ostativa della natura del rito abbreviato e alla dedotta insussistenza, in ogni caso, dei presupposti di legge per dar luogo alla ridetta acquisizione.

Sul punto, varrà richiamare l’orientamento fatto proprio dalla giurisprudenza di legittimità (che questo collegio condivide e ribadisce, anche in relazione al caso di specie, in ragione della ritenuta correttezza dell’interpretazione dei dati normativi ivi prospettata), ai sensi del quale il giudice di appello deve ritenersi tenuto ad ammettere le prove sopravvenute all’instaurazione del giudizio (quale quella oggetto dell’odierno esame), pur quando quest’ultimo sia stato celebrato in primo grado con il rito abbreviato, salvo che non si tratti di prove vietate dalla legge ovvero manifestamente superflue o irrilevanti (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 44947 del 17/10/2013, Rv. 257977).

La richiamata pronuncia di questa Corte ha al riguardo evidenziato come in tema di giudizio abbreviato, il potere d’integrazione probatoria ex officio attribuito al giudice dall’art. 441, comma quinto, cod. proc. pen. (per il quale quando il giudice ritiene di non potere decidere allo stato degli atti assume, anche, d’ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione) è preordinato alla tutela dei valori costituzionali che devono presiedere, anche nei giudizi a prova contratta, all’esercizio della funzione giurisdizionale e risponde, pertanto, alle medesime finalità cui è preordinato il potere previsto dall’art. 507 cod. proc. pen. in dibattimento. (V. Sez. 5 sent. n. 4648 del 19.12.2005, Rv 233632).

Tale potere del giudice è conseguente al principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale di cui all’art. 112 Cost. che implica il controllo del giudice sull’attività del P.M. e poteri sostitutivi in caso di inerzia del P.M. o di incompletezza delle indagini preliminari.

Nessuna lesione dei diritti della difesa è in tal senso ipotizzabile dal momento che, allorché l’imputato richiede il giudizio abbreviato, non può non considerare, da un lato, anche la possibilità, prevista dalla legge, che il giudice acquisisca nuovi elementi e, dall’altro, che sopravvengano nuove prove.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, dunque, in caso di sopravvenienza o scoperta di nuove prove dopo il giudizio di primo grado, il giudice di appello, in presenza di istanza di parte, è tenuto a disporre la rinnovazione del dibattimento, con il solo limite costituito dalle ipotesi di richieste concernenti prove vietate dalla legge ovvero manifestamente superflue o irrilevanti. (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 39663 del 7.10.2010 dep. 10.11.2010, Rv 248437).

Inoltre, in tema di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, mentre nell’ipotesi di cui al primo comma la rinnovazione è subordinata alla condizione che il giudice ritenga, nell’ambito della propria discrezionalità, che i dati probatori già acquisiti siano incerti e che l’incombente processuale richiesto rivesta carattere di decisività, diversamente, nell’ipotesi del secondo comma, il giudice è tenuto a disporre la rinnovazione delle nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, ma con il limite costituito dalle ipotesi di richieste concernenti prove vietate dalla legge o manifestamente superflue o irrilevanti (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 8382 del 22.1.2008 dep. 25.2,2008 Rv 239341).

Qualora la richiesta di rinnovazione del dibattimento nel giudizio di appello sia volta ad assumere nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, l’ammissione è subordinata solo al giudizio di superfluità e irrilevanza manifesta e cioè di prove del tutto incongrue rispetto al thema decidendum (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 552 del 13.3.2003 dep. 23 12.1.2004, Rv 227022).

Nel caso di specie, la Corte territoriale, ad esito del contraddittorio sul punto instaurato tra le parti, ha espressamente dato atto della specifica idoneità dell’atto istruttorio sopravvenuto ad assicurare una più opportuna e compiuta conoscenza dei fatti, avuto riguardo alla specificità dell’episodio oggetto d’esame, costituito da un infortunio sul lavoro occorso in mare (cfr. l’ordinanza della Corte d’appello di Palermo del 12/11/2012 in atti).

La decisione così assunta dalla corte palermitana deve ritenersi fondata sul vigore di un discorso giustificativo del tutto immune da vizi d’indole logica o giuridica, come tale idoneo a sottrarsi Integralmente alle censure al riguardo sollevate dagli odierni ricorrenti.

6. Del tutto fondate devono per converso ritenersi le censure critiche formulate dai ricorrenti in relazione al discorso giustificativo condotto dalla Corte d’appello con riguardo alla ricostruzione dei profili di colpa addebitabili all’imputato e al corrispondente riconoscimento del nesso di causalità tra le violazioni normative ascritte al L. e il decesso del P.

Osserva sul punto il Collegio come la Corte d’appello, nel rimarcare il proprio dissenso rispetto alla motivazione assolutoria articolata dal primo giudice, dopo aver ricostruito il quadro normativo in ipotesi applicabile al caso di specie (ed aver rilevato le supposte violazioni formali obiettivamente ascrivigli alla condotta del L.), abbia del tutto omesso di esplicitare in termini concreti – e, correlativamente, di tematizzare, sul piano probatorio – le questioni concernenti il riscontro ‘in fatto’ delle trasgressioni dell’imputato effettivamente rilevanti sul piano della tutela antinfortunistica del lavoratore e della relativa reale incidenza causale sullo sviluppo dinamico degli eventi ch’ebbero a condurre al decesso del P.; e ciò, tanto sul piano del riscontro dell’eventuale inadeguatezza delle imbarcazioni poste a disposizione del lavoratore (siccome in ipotesi prive delle necessarie dotazioni di sicurezza), quanto in relazione all’asserita adibizione del P. allo svolgimento di mansioni rispetto alle quali lo stesso non sarebbe stato adeguatamente formato, sì da esporlo all’assunzione di rischi lavorativi non fronteggiabili attraverso l’esplicazione delle proprie effettive e concrete capacità professionali.

Sul punto, il discorso condotto con insistenza dal giudice d’appello, con riferimento alla circostanza del mancato conseguimento, da parte del P., dei necessari titoli abilitativi alla conduzione dell’imbarcazione utilizzata, ovvero della violazione della disciplina rivolta alla prevenzione degli infortuni sul lavoro, deve ritenersi minato da una misura d’irriducibile astrattezza, avendo la corte palermitana propriamente omesso di approfondire, tanto sul piano argomentativo quanto in termini probatori, il nesso di immediata e diretta derivazione causale del decesso del lavoratore per annegamento dall’ipotizzata violazione della disciplina concernente la conduzione di imbarcazioni nel traffico locale o dall’ipotizzata violazione della disciplina sull’iscrizione dell’imbarcazione Shark 2 negli appositi registri amministrativi, ovvero della normativa riguardante i requisiti d’idoneità soggettivi e oggettivi per la conduzione delle navi minori e dei galleggianti (art. 25 I. n. 472/1999: cfr. folio 9 e segg. della sentenza impugnata).

È appena il caso di evidenziare come la circostanza che il P. non dovesse (né potesse) essere incaricato dello svolgimento delle mansioni nella specie a lui affidate, in presenza delle asserite inadempienze del datore di lavoro, ancora non vale ad attestare, di per sé, il concreto riscontro del nesso di concreta derivazione causale tra le trasgressioni del datore di lavoro (e dunque tra la colpa di questi) e le occorrenze del decesso del lavoratore, avendo la corte territoriale propriamente trascurato di procedere alla confutazione della decisiva obiezione sul punto articolata dal primo giudice, secondo cui l’evento lesivo si sarebbe comunque verificato pur quando il datore di lavoro avesse in ipotesi rispettato tutte le norme protettive paratamente richiamate nella sentenza impugnata.

E ciò, tanto più in presenza dell’avvenuto accertamento, attestato dal primo giudice: 1) della regolare dotazione, dell’imbarcazione utilizzata dal P., della prescritta strumentazione di sicurezza (documentatamente attestato dal primo giudice: cfr. pag. 5 della sentenza di primo grado); 2) della (incontestata) pluriennale e sperimentata competenza marinaresca del lavoratore deceduto (cfr. pag. 6 della sentenza di primo grado); 3) della frequente ricorrenza dell’incidente occorso nella specie (consistito nell’attorcigliamento del cavo di ormeggio nell’elica dell’imbarcazione) indipendentemente dall’esperienza (in ipotesi ineccepibile) o dal conseguimento delle necessarie abilitazioni amministrative, da parte del responsabile della navigazione, o dall’entità dell’imbarcazione (cfr. la dichiarazione resa dal teste MR Capitano di Corvetta, richiamata alla pag. 14 della sentenza di primo grado).

Ed ancora, tanto più in assenza dì alcuna certezza probatoria circa le effettive modalità di verificazione del decesso del lavoratore (annegato tra i marosi in un quadro di pessime condizioni meteomarine: cfr. pag. 4 della sentenza di primo grado), a fronte del rilevato corretto funzionamento della pompa di sentina (destinata al drenaggio dell’acqua eventualmente imbarcata) (cfr. pag. 4 della sentenza di primo grado) e della riscontrata esistenza, al momento del rinvenimento dell’imbarcazione da parte dei soccorritori, di un utile spazio di riparo per il P. sulla parte dell’imbarcazione ancora non sommersa (cfr. pagg. 4-5 della sentenza di primo grado).

La corretta considerazione di tali occorrenze di fatto avrebbe necessariamente imposto, al giudice d’appello, un adeguato impegno argomentativo destinato ad articolare criticamente (in dissenso rispetto alla già pronunciata assoluzione dell’imputata in primo grado) le ragioni dell’avvenuta esclusione, oltre ogni ragionevole dubbio, della decisiva e autonoma incidenza causale di un’ipotesi di forza maggiore in nessun modo fronteggiabile, indipendentemente dalle prospettate inadempienze cautelari addebitabili al datore di lavoro del P.

Vale sul punto il richiamo al consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale la titolarità di una posizione di garanzia non comporta, in presenza del verificarsi dell’evento, un automatico addebito di responsabilità colposa a carico del garante, imponendo il principio di colpevolezza la verifica in concreto sia della sussistenza della violazione – da parte del garante – di una regola cautelare (generica o specifica), sia della prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso che la regola cautelare violata mirava a prevenire (cosiddetta concretizzazione del rischio), sia della sussistenza del nesso causale tra la condotta ascrivibile al garante e l’evento dannoso (Cass., Sez – 4, Sentenza n. 43966 del 06/11/2009, Rv, 245526); e tanto, sul presupposto che, In tema di reati colposi, l’addebito soggettivo dell’evento richiede non soltanto che l’evento dannoso sia prevedibile, ma altresì che lo stesso sia evitabile dall’agente con l’adozione deIle regole cautelari idonee a tal fine (cosiddetto comportamento alternativo lecito), non potendo essere soggettivamente ascritto per colpa un evento che, con valutazione ex ante, non avrebbe potuto comunque essere evitato (Sez. 4, Sentenza n. 16761 del 11/03/2010, Rv. 247017).

Il complesso delle considerazioni che precede, nell’evidenziare il riscontro di gravi lacune interpretative e motivazionali addebitabili alla sentenza impugnata, di questa impone l’annullamento, tanto con riguardo alla ritenuta colpevolezza dell’imputato, quanto in relazione alla conseguente responsabilità ascritta alla I.G. s.r.l., con il conseguente rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Palermo per un nuovo esame.

7. L’accoglimento dei motivi di ricorso di cui al precedente par. 6 (e il conseguente annullamento della sentenza di condanna impugnata) vale a ritenere assorbito il doveroso esame delle censure, sollevate da entrambi i ricorrenti, riferite all’omessa pronuncia della condanna nei confronti della Z Assicurazioni, già citata e intervenuta in giudizio in qualità di responsabile civile.

P.Q.M

Categorie:Legale

La sentenza della Cassazione sul caso Thyssen e la responsabilità 231

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La recente sentenza Cassazione sul caso Thyssen contiene elementi interessanti per quanto concerne la responsabilità 231 dell’ente (azienda).

1) Non si configura l’inversione dell’onere della prova.
“…nessuna inversione dell’onere della prova è, pertanto, ravvisabile nella disciplina che regola la responsabilità da reato dell’ente, gravando comunque sull’accusa la dimostrazione della commissione del reato da parte di persona che rivesta una delle qualità di cui al d.lgs.n.231, art.5, e la carente regolamentazione interna dell’ente, che ha ampia facoltà di offrire prova liberatoria…”

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2) L’azienda ha la possibilità di fornire una prova atta a liberarla dalla responsabilità amministrativa
“…. “militano a favore dell’ente, con effetti liberatori, le previsioni probatorie di segno contrario di cui al d.lgs. n. 231, art. 6, afferenti alla dimostrazione di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.”

 

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3) Inadeguata composizione dell’ODV

Un membro dell’ODV era il responsabile aziendale sicurezza del lavoro – in pratica il controllante e il controllato erano la medesima persona

“… La Corte ritiene che questa circostanza, di per sé sola, induca a ritenere che il modello adottato, nel periodo preso in considerazione, non poteva essere stato reso operativo, tanto meno in modo efficace, sottolineando che tale organismo deve essere dotato, secondo il citato art. 6, di “autonomi poteri di iniziativa e controllo”: non è necessario spendere ulteriori parole sulla “autonomia” del controllore quando è la stessa persona fisica del controllato…”

Autore Dr. Matteo Rapparini – autore software e corsi on line D.lgs 231/01 Edirama – Oltre 4.500 clienti

Macchina non sicura e responsabilità dell’infortunio – sentenza Cassazione

Interessante sentenza della Cassazione che individua nel datore di lavoro e nel costruttore i responsabili di un grave infortunio accorso a una lavoratrice.

Perché la Cassazione ha riconosciuto la colpa del datore di lavoro? Perché ha confermato il parere del giudice di merito, per il quale lo stesso ddl “era ben a conoscenza della situazione ed anche del fatto che frequentemente la macchina andava fuori fase” e quindi avrebbe dovuto intervenire con misure di sicurezza, né la lavoratrice aveva ricevuto dal datore di lavoro una formazione conforme per la tipologia dell’operazione.

E il costruttore? La sua responsabilità, secondo la Corte d’appello, si è concretizzata sia nella realizzazione della macchina (senza la dovuta protezione e segregazione della zona in questione) e sia nell’omissione del controllo della sua funzionalità prima della consegna al datore di lavoro.

La sentenza della Cassazione ha rilevato, a proposito della responsabilità del datore di lavoro che:

  1. “la semplicità dell’operazione manuale posta in essere dalla lavoratrice non esclude la necessità della prescritta segregazione degli organi in movimento”;
  2. nel caso non v’è stato, da parte dell’operaia infortunata, un comportamento abnorme, e cioè “ imprudente … consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro”.

Nei confronti della ditta costruttrice, la Cassazione, anche qui confermando il giudizio della Corte d’appello, ne ha riconosciuto la responsabilità perché “sarebbe stata necessaria la predisposizione di un sistema che consentisse in caso di contatto il rapido arresto dei rulli, sì da garantire in ogni caso la sicurezza del lavoratore”.

* Sezione IV penale, Sentenza 23 settembre 2014 n. 38955.

Fonte: quotidianosicurezza.it

Categorie:Legale

D.lgs 231/01 – sentenza Cassazione obbligo in caso di condanna penale per lesioni colpose

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Cassazione sentenza 42503: l’applicazione delle sanzioni interdittive ex D.lgs. 231/01 in caso di condanna penale per lesioni colpose in materia di sicurezza e salute del lavoro sono un obbligo per il giudice.

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 29/11/2012, emessa ai sensi dell’art. 444 c.p.p., il Tribunale di Ancona, sez. dist. di Senigallia, applicava nei confronti di C. P. la pena di € 600= di multa per il delitto di lesioni colpose in danno dell’operaio M. M. (acc. in Ripe il 31/10/2008).

Al C. era stato addebitato che, in qualità di datore di lavoro del M., aveva consentito che il lavoratore operasse presso un trapano privo di dispositivo automatico di blocco, in caso di apertura del coperchio per lavori di regolazione, di tal che il M., nello svolgere tale operazione, riportava l’amputazione di una falange. Con la sentenza il Tribunale applicava, in osservanza delle disposizioni sulla responsabilità degli Enti, ai sensi dell’art. 63 del D.Lgs. 231 del 2001, alla s.r.l. “C. P. & C.” la sanzione pecuniaria di € 10.000=, nonché le misure interdittive di cui all’art. 9, co. 2°, D.Lgs cit, per la durata di mesi due.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore del C., nella qualità di legale rapp.te della società, lamentando:

2.1. la erronea applicazione della legge per avere il giudice disposto le sanzioni interdittive alla società, ai sensi dell’art. 9, co. 2°, benché ricorressero le circostanze di esclusione di cui all’art. 17, lett. a,b,c;

2.2. la eccessività della sanzione irrogata, per il mancato riconoscimento della attenuante di cui all’art. 12, co. 2°, lett. a);

2.3. il mancato riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale della pena in favore dell’ente.

Con FAX pervenuto in cancelleria il 19/6/2013, il difensore documentava l’avvenuto risarcimento del danno.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

3.1. Va premesso che in sede di udienza, il difensore della s.r.l. “C. P. & C”, ai sensi dell’art. 63 del D.Lgs. 231 del 2001, ha chiesto l’applicazione alla società della sanzione di € 10.000= e l’applicazione delle “sanzioni interdittive ex art. 9 d.lvo 231/01″.

Nonostante ciò la difesa ha lamentato che le sanzioni interdittive non dovevano essere applicate, ricorrendo le cause dì esclusione di cui alle lett. a), b) e c) dell’art. 17 (per avere riparato le conseguenze del reato).

Orbene, pur rilevando che la copia della quietanza di risarcimento del danno prodotta in udienza è datata 14/3/2013 ed è quindi successiva alla emanazione della sentenza, va comunque ricordato che il terzo comma dell’art. 25 septies stabilisce che “In relazione al delitto di cui all’articolo 590, terzo comma, del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non superiore a 250 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9, comma 2, per una durata non superiore a sei mesi”.

Da tale disposizione si evince che in caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, le sanzioni interdittive devono essere applicate obbligatoriamente.

Consegue che correttamente il difensore-procuratore speciale nella sua proposta ne ha fatto menzione e legittimamente il giudice le ha applicate.

3.2. Quanto alla doglianza relativa alla determinazione della sanzione pecuniaria, va rilevato che essa è stata applicata in conformità alla richiesta difensiva senza che fosse invocata alcuna ulteriore diminuente della sanzione.

3.3. Quanto, infine, alla doglianza relativa al mancato riconoscimento della sospensione della pena (alla quale non era condizionata la richiesta di patteggiamento), essa è infondata. Invero il beneficio richiesto non può trovare applicazione nel sistema sanzionatorio delineato dalla L. n. 231 del 2001, relativa alla responsabilità degli enti, la quale ha natura amministrativa ed ove, pertanto, non possono trovare applicazione istituti giuridici specificamente previsti per le sanzioni di natura penale (cfr. sul punto anche Cass. 20/3/2012, n. 10822 del 2012).

Segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

DL 93 del 14/8/13 – Come aggiornare i modelli 231

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reati frode informatica, trattamento illecito dei dati, 
inosservanza provvedimenti garante, uso indebito carte di credito, 
falsità nelle dichiarazioni e notificazioni al garante

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L’entrata in vigore del DL 93 del 14/8/13 ha comportato l’introduzione di nuovi reati presupposto previsti dal D.lgs 231/01:
_ frode informatica con sostituzione d’identità digitale
_ indebito utilizzo, falsificazione, alterazione di carte di credito o di pagamento
_ illeciti penali in tema di trattamento dei dati personali (trattamento illecito di dati, falsità nelle dichiarazioni e notificazioni al Garante, ecc.)

Cosa devono fare in pratica le aziende e i consulenti per aggiornare i modelli 231?

1) Parte speciale del modello
La parte speciale, nella sezione dedicata all’art. 24 bis (Reati relativi alla frode informatica e trattamenti illecito dei dati) deve essere aggiornata aggiungendo i nuovi reati con la descrizione, le misure di prevenzione, i settori aziendali/attività dove i nuovi comportamenti illeciti possono verificarsi.

2) A sostegno di quanto aggiunto nella parte speciale del modello, occorre allegare procedure specifiche (ognuna per ogni reato) che definiscano responsabilità, comportamenti, ecc da adottare per evitare/impedire tali reati

3) Adottare specifiche check list di valutazione per individuare elementi critici nell’organizzazione

4) Definire i flussi informativi tra i responsabili individuati e l’ODV, e i controlli che l’ODV deve effettuare

Vediamo le indicazioni per i singoli reati:
_ frode informatica con sostituzione d’identità digitale
Il modello 231 dovrebbe già prevedere protocolli di prevenzione specifici propri della frode informatica
indebito utilizzo, falsificazione, alterazione di carte di credito o di pagamento
In questo caso occorre definire una nuova procedura, effettuare l’analisi dei rischi per i settori/attività interessati, definire ruoli e responsabilità, adottare una check list di valutazione rischi
illeciti penali in tema di trattamento dei dati personali (trattamento illecito di dati sensibili, falsità nelle dichiarazioni e notificazioni al Garante, ecc.)
In questo caso oltre alle indicazioni soprariportate è consigliabile adottare (se abbandonato in seguito al Decreto Monti) il Documento Programmatico della Sicurezza (DPS) e nominare un Privacy Officer (referente privacy aziendale) per consentire l’esercizio del controllo e delle verifiche interne in nome e per conto del Titolare nei confronti di manager e dipendenti

Prescrizione o assoluzione dei vertici non evitano le sanzioni a carico della società

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La prescrizione del reato presupposto non fa cadere automaticamente la responsabilità amministratica dell’impresa prevista dal D.lgs 231701/2001. Nè l’assoluzione di un vertice dell’azienda comporta automaticamente l’assoluzione della società.

Sono gli ultimi chiarimenti forniti dalla Cassazione (sentenza 20060 del 9 maggio 2013)

 

D.lgs 231/01 – Sentenza Cassazione – Confermato il sequestro sui crediti della societa

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La Cassazione, con la sentenza n. 8740 depositata il 22 febbraio 2013, ha confermato la decisione con cui i giudici di merito avevano ritenuto legittimo il sequestro preventivo disposto sui crediti vantati da una società nei confronti di un terzo nell’ambito di un’indagine in cui la società medesima era stata coinvolta ai sensi del Decreto legislativo n. 231/01 con riferimento ai reati di riciclaggio e associazione per delinquere asseritamente posti in essere dai suoi vertici.

I giudici di Cassazione, in particolare, hanno ritenuto determinante, ai fini della applicabilità della misura cautelare del sequestro, che i crediti incriminati fossero certi, liquidi ed esigibili.

Categorie:Legale